Professioni

Professionisti IT? Poco fedeli al posto di lavoro

Tre dipendenti su quattro sono pronti a cambiare e solo il 32% si sente totalmente legato al datore di lavoro attuale. Sotto la lente d’ingrandimento il livello di engagement e la lealtà che influiscono direttamente sull’attrazione, la retention, il morale e la performance lavorativa dei dipendenti del settore IT. L’indagine di Kelly Services

Pubblicato il 18 Dic 2014

Professionisti IT? Poco fedeli al posto di lavoro
AI Questions Icon
Chiedi all'AI
Riassumi questo articolo
Approfondisci con altre fonti

Pronti a cambiare lavoro tre italiani su quattro anche nel settore IT. Con oltre l’80%, siamo sopra la media globale che è al 63%, con il 69% nella regione Emea e il 65% nell’Apac (Asia Pacific). Infatti, hanno intenzione di cercare un altro posto entro un anno più di tre quarti dei dipendenti IT in Italia, Francia, Portogallo, Australia e India e solo uno su due in Cina e Germania.

Anche nell’Information Technology, quindi, che è uno dei settori più avanzati e innovativi e dovrebbe avere meno difficoltà di retention delle competenze chiave, il livello di engagement è basso. Alla domanda dell’ultima indagine Kelly Global Workforce Index – che ha coinvolto circa 230.000 persone in Americhe, EMEA ed APAC – su «Quanto ti senti impegnato o legato al tuo attuale datore di lavoro?», meno di un terzo (32%) si è dichiarato «totalmente legato», percentuale che scende al 27% nei Paesi Emea (30% Apac). E sul tema della lealtà la situazione non è cambiata rispetto a un anno fa: solo il 30% si sente «più leale» verso l’organizzazione rispetto all’anno scorso (23% Emea e 33% Apac).

Ma cosa limita il livello di coinvolgimento e fedeltà all’impresa?

Per esempio, non sapere quale sarà il percorso professionale (solo il 30% ha chiaro il proprio futuro in azienda) e non vedere l’impegno dei capi nella formazione e sviluppo delle proprie competenze per sostenerne la crescita professionale riducono il livello di motivazione e attaccamento. In particolare, l’Italia è all’ultimo posto per grado di soddisfazione delle risorse messe a disposizione dal datore di lavoro per lo sviluppo della carriera. Lo è solo il 15% a fronte del 29% in tutto il mondo, percentuale comunque bassa (32% Apac e il 22% Emea). Inoltre, solo un terzo dei dipendenti pensa di avere la possibilità di fare carriera all’interno dell’azienda in cui lavora. La percentuale di fiduciosi è nettamente più alta in Apac (44%) rispetto all’Emea, che si ferma al 29%.

In generale, dall’indagine Kelly emerge che i dipendenti dell’IT cercano un mix tra acquisizione di nuove competenze e carriera dentro l’impresa, anzi il 60% preferisce investire sullo sviluppo tecnico-professionale e manageriale, che non raggiungere livelli più alti nell’organizzazione (40%). Ma questo dato è fortemente influenzato dal fattore geografico. In Emea si bada molto più allo sviluppo delle competenze (62%) che non alla carriera (38%), mentre in Asia si dà ancora più importanza alla carriera (53%), che all’acquisizione di nuove competenze (47%). Così, prevedere incontri regolari con il proprio capo per confrontarsi e pianificare lo sviluppo fatto di formazione, mentoring e coaching sarebbe un buon elemento di engagement.

Tuttavia, neanche uno su due dichiara di aver discusso l’argomento nell’ultimo anno con il proprio capo (47% in Emea e 54% in Apac). Ma tra chi l’ha fatto, la maggioranza ne ha riconosciuto l’utilità per acquisire nuove competenze, gli asiatici (61%) più degli altri (48%). Meno fiducia, invece, nel vedere questi incontri come opportunità per un futuro avanzamento di carriera (45%). Ma anche in questo caso le esperienze sono diverse a seconda delle aree del mondo: sono più numerosi i dipendenti asiatici che danno peso a questi incontri per far carriera (58%), rispetto al 33% dell’Emea.

Valuta la qualità di questo articolo

La tua opinione è importante per noi!

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x