Le dinamiche di mercato legate all’automazione industriale stanno attraversando una trasformazione profonda, in cui la robotica innovativa si colloca al centro di una doppia sfida: da un lato la necessità microeconomica di ridefinire le scelte d’investimento delle singole imprese, dall’altro l’emergenza macroeconomica legata al declino demografico del Paese. Durante il convegno organizzato dall’Osservatorio Innovative Robotics del Politecnico di Milano, il professor Giovanni Miragliotta ha delineato una mappa scientifica dell’impatto reale che l’automazione eserciterà sul tessuto economico nazionale nei prossimi anni.
Indice degli argomenti
L’insufficienza del ROI tradizionale e i nuovi parametri di valutazione
Quando le imprese si trovano a dover valutare l’adozione di sistemi di automazione tradizionali, i criteri di riferimento appaiono consolidati e chiaramente codificati. Indicatori finanziari come il Return on Investment (ROI) e il Time to Value, uniti a parametri legati alla produttività diretta, all’abbattimento dei costi, alla qualità dei prodotti e all’ergonomia delle postazioni, offrono una guida sicura per l’attività tipica dei system integrator. Il problema sorge nel momento in cui questi medesimi schemi rigidi vengono applicati alla robotica innovativa. Secondo quanto evidenziato da Miragliotta, tentare di forzare le tecnologie emergenti all’interno di metriche storiche genera un blocco decisionale sistematico, poiché le commissioni di valutazione tendono a respingere i progetti concludendo che «Questa innovazione non ci interessa, questa innovazione è troppo costosa, questa innovazione richiede un payback time troppo lungo».
I limiti della focalizzazione sul task
La debolezza intrinseca degli approcci tradizionali risiede nella loro limitatezza strutturale, in quanto si concentrano in modo quasi esclusivo sul risparmio sui costi immediati, ovvero sulla cosiddetta cost avoidance, e sulla singola operazione fisica, sottostimando drasticamente il valore complessivo dell’innovazione sul business globale. Per esemplificare questa miopia manageriale, l’analisi richiama un vecchio progetto sviluppato con l’IoT Lab presso i sistemi di smistamento di Benetton, dove gli operatori dovevano ruotare manualmente i colli: anche in quel caso, una visione eccessivamente frammentata e legata al singolo compito rischiava di non cogliere il potenziale di trasformazione di lungo periodo. Basarsi unicamente sui driver considerati “forti”, ovvero la maturità della tecnologia, la facilità di sviluppo, i saving immediati, il costo del lavoro e il ROI, determina l’insuccesso e il rifiuto quasi matematico di ogni investimento in soluzioni robotiche avanzate.
La griglia di valutazione allargata dell’Osservatorio
Per offrire uno strumento più equo e bilanciato, l’Osservatorio ha condotto una ricerca sistematica basata su interviste approfondite con venti aziende utenti, coinvolgendo quindici realtà nella fase di identificazione dei driver e sei nella successiva fase di validazione, diversificate per dimensione, settore industriale e ruolo dei manager rispondenti. La griglia di valutazione che ne è derivata non cancella i parametri finanziari tradizionali, ma introduce indicatori “evoluti” e “nuovi” in grado di riequilibrare il processo decisionale, compensando le barriere culturali e la scarsa propensione al rischio.
Tra i fattori evoluti, la sicurezza sul luogo di lavoro (workplace safety) assume un peso differente, spingendo a rivalutare i rischi legati al mantenimento di operatori umani in mansioni usurate o pericolose. I nuovi indicatori includono invece la capacità di raccogliere dati di alta qualità in tempo reale, l’attrattività dell’azienda nei confronti dei bandi pubblici e il posizionamento innovativo sul mercato, un elemento quest’ultimo fondamentale per l’attrazione di nuovi talenti. L’integrazione di questi fattori espansi modifica l’esito dei modelli decisionali: la valutazione di un investimento complesso, come quello per un robot quadrupede, si sposta da un secco rifiuto alla decisione strategica di avviare un progetto pilota di test.
L’importanza strategica dell’ambidestria organizzativa
L’implementazione efficace della robotica innovativa all’interno dei processi aziendali non è un evento spontaneo, ma richiede lo sviluppo di una specifica competenza nota come ambidestria organizzativa, o Ambidexterity. Questa teoria di gestione d’impresa prevede che le organizzazioni moderne debbano essere capaci di bilanciare due attività apparentemente antitetiche: lo sfruttamento nel breve termine (exploitation), finalizzato all’efficienza operativa e all’ottimizzazione degli asset esistenti, e l’esplorazione nel medio-lungo termine (exploration), orientata all’evoluzione, all’adattamento e all’apprendimento tecnologico.
Un’azienda non diventa ambidestra per decreto; deve strutturare pratiche manageriali precise che stabiliscano come l’innovazione debba essere mescolata o segregata all’interno dei flussi di lavoro. Miragliotta sottolinea la necessità che le aziende dell’offerta imparino a parlare questa lingua manageriale, mentre le aziende della domanda devono far crescere la propria capacità di giudizio tramite gli indicatori corretti, creando cicli strutturali in cui le tecnologie avanzate vengono testate in aree delimitate prima di essere trasferite stabilmente al resto dell’organizzazione.
La crisi demografica italiana e l’urgenza di produttività
L’esigenza di adottare soluzioni di robotica innovativa non risponde soltanto a logiche di competitività interna alla singola fabbrica, ma è guidata da una pressante urgenza macroeconomica legata alle curve demografiche italiane. Il confronto tra la struttura demografica attuale e le proiezioni a dieci anni evidenzia un divario netto e prevedibile, caratterizzato da una drastica contrazione della forza lavoro disponibile e da un parallelo invecchiamento della popolazione, la quale tenderà ad assorbire risorse pubbliche anziché generarne.
La portata di questo squilibrio strutturale impone un imperativo economico stringente. Come specificato da Miragliotta, «dobbiamo recuperare, in circa 10 anni, una produttività del lavoro dell’ordine del 25% per mantenere in equilibrio il nostro stato sociale». Al contrario, gli ultimi dati aggregati diffusi dall’ISTAT mostrano una tendenza preoccupante, con la produttività nazionale che ha registrato una flessione anziché una crescita.
La scarsità di manodopera per il lavoro fisico è già una realtà tangibile in diversi comparti economici globali e locali. Negli Stati Uniti la mancanza di lavoratori rappresenta il principale collo di bottiglia per i servizi logistici e per il mercato edile. In Italia la crisi si manifesta in modo diffuso anche nei servizi di ristorazione, dove le imprese faticano a reperire personale di sala persino a fronte di offerte contrattuali regolari da 1.700 euro al mese comprensive di tredicesima e quattordicesima mensilità.
I numeri dell’impatto: dal potenziale teorico alla realtà del 2035
Per determinare l’esatto contributo che l’automazione può offrire alla risoluzione di questa crisi, la ricerca ha riadattato un modello macroeconomico strutturato, sviluppato originariamente nel campo dell’intelligenza artificiale. Il framework mappa il lavoro umano attraverso sette macro-aree di attività, isolando le operazioni fisiche prevedibili (predictable physical) e quelle imprevedibili (unpredictable physical). Tali attività si poggiano su diciotto capacità umane innate, una parte delle quali risulta strettamente correlata alle attuali possibilità della tecnologia robotica.
Il calcolo delle ore automatizzabili con il metodo Delphi
Escludendo dal campo le abilità non pertinenti, come la pura conduzione di veicoli industriali, lo studio ha applicato il metodo Delphi coinvolgendo dieci ricercatori esperti di intelligenza artificiale per stimare la percentuale di automazione oggi raggiungibile dalla robotica innovativa per ciascuna capacità umana. Incrociando queste valutazioni qualitative con i dati occupazionali ISTAT relativi a diciannove settori merceologici italiani, è emerso che il potenziale teorico delle ore automatizzabili equivale al 15% del totale delle ore lavorate nel Paese.
Questa percentuale non si traduce nella perdita lineare di 3,2 milioni di posti di lavoro, bensì nel volume orario complessivo equivalente a 3,2 milioni di posizioni lavorative a tempo pieno. Si tratta di un valore frammentato, poiché un singolo lavoratore svolge normalmente un mix di mansioni fisiche e intellettuali. La concentrazione di questo potenziale si rileva principalmente nell’agricoltura, nella manifattura, nei trasporti e nello stoccaggio delle merci, ma registra valori significativi anche nel settore della sanità e nei servizi alla persona, ambiti che arrivano a superare lo stesso comparto manifatturiero per volume di ore potenzialmente delegabili alle macchine.
I fattori di freno e la penetrazione reale del mercato
Il passaggio dal potenziale teorico all’adozione pratica richiede l’applicazione di una serie di filtri restrittivi legati alle contingenze del mercato reale. La penetrazione effettiva delle soluzioni di robotica innovativa viene sensibilmente rallentata dalla complessità tecnica dei sistemi, che ne limita l’adozione prevalentemente alle grandi organizzazioni, dalla convenienza economica rispetto al costo della manodopera locale, dal livello di maturità tecnologica e dalle barriere normative legate a leggi e certificazioni di sicurezza, la cui responsabilità ricade direttamente sulla figura degli integratori.
Mettendo in cascata questi elementi di freno su un orizzonte decennale proiettato verso il 2035, il modello evidenzia un drastico ridimensionamento dei volumi: l’automazione reale sarà in grado di coprire circa 300.000 posti di lavoro equivalenti. Questa proiezione ridotta sposta il fulcro del dibattito pubblico, confermando che «il problema non è che i robot ci mangiano il lavoro, ma che non abbiamo le persone per fare quelle cose che manterrebbero immutato il nostro livello di benessere e di qualità della vita». Al contempo, l’introduzione di tali tecnologie favorirà la nascita di nuove figure professionali, innalzando il livello culturale, la qualità e l’interesse delle mansioni umane residue.
I criteri di valutazione storici, concepiti per tecnologie mature e stabili, si rivelano inadeguati e penalizzanti se applicati ai nuovi sistemi di automazione fisica. Le imprese italiane si trovano di fronte alla necessità di adottare una sistematica ambidestria organizzativa, ampliando i propri orizzonti di rischio oltre il mero calcolo dell’efficienza immediata, per evitare di cedere il passo a concorrenti dotati di strutture culturali più avanzate. Alla velocità di penetrazione attuale, il contributo della tecnologia rischia di non essere sufficientemente rapido rispetto alla progressione dello squilibrio demografico nazionale. La possibilità di modificare questa traiettoria dipenderà in modo diretto dall’efficacia delle decisioni strategiche prese sia dai manager privati sia dai decisori pubblici.







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