Nel saggio «Che cosa ci insegna Ulisse sulla leadership?», Agathe Mezzadri-Guedj, docente di Letteratura e Management, solleva interrogativi cruciali sulla figura dell’eroe omerico, contestando l’uso improprio che ne viene fatto nel mondo aziendale. La studiosa osserva come, nel linguaggio comune, il protagonista dell’Odissea sia diventato il sinonimo del capo ideale, capace di strategia, intelligenza e resilienza. Tuttavia, un’analisi approfondita del poema rivela un ritratto ben più complesso, dove il modello del leader impeccabile viene costantemente messo in discussione dal testo stesso.
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L’assenza del capo e i modelli di leadership fondati sulla trasmissione
Nelle aule scolastiche e nelle pubblicazioni specializzate, il protagonista del poema omerico viene comunemente associato all’eccellenza e all’efficacia dei processi decisionali. Mezzadri-Guedj rileva questa tendenza osservando che «Nelle scuole di management, nei libri dedicati alla leadership e perfino nel linguaggio comune, Ulisse occupa da tempo il posto del leader ideale.» L’eroe viene descritto come l’incarnazione della strategia, dell’intelligenza pratica e della resilienza, un modello da imitare per la sua capacità di individuare una via d’uscita efficace laddove gli altri vedono unicamente ostacoli insormontabili. L’analisi testuale condotta dalla docente dimostra però che il poema originale resiste alla tentazione di consacrare un capo perfetto, preferendo mettere continuamente in discussione il proprio protagonista attraverso una struttura narrativa complessa.
Il ruolo di Telemaco nei primi canti del poema
Un elemento strutturale fondamentale, spesso ignorato dalle interpretazioni aziendali tradizionali, riguarda l’architettura stessa dell’opera. I primi quattro canti dell’Odissea non vedono affatto la presenza fisica del protagonista, bensì si focalizzano sulla figura del figlio Telemaco. Secondo la lettura di Mezzadri-Guedj, questa scelta narrativa assume un significato preciso per chi studia le dinamiche del comando: prima ancora di presentare l’eroe al lettore, Omero sceglie di mostrare gli effetti concreti generati dalla sua prolungata assenza all’interno del regno. Il giovane principe si trova nella condizione di dover cercare il padre scomparso, ma sperimenta la necessità di comprendere come diventare adulto e come prepararsi a governare un giorno a sua volta.
Questa impostazione sposta il fulcro del discorso dalla performance immediata del singolo individuo alla sua capacità di generare una continuità organizzativa. La docente evidenzia infatti che «Un capo non si definisce soltanto per le decisioni che prende quando è presente, ma anche per ciò che lascia dietro di sé, per ciò che trasmette, per la capacità di rendere altri in grado di agire in sua assenza.» Di conseguenza, prima ancora di descrivere le peripezie legate al viaggio di ritorno, il testo interroga il lettore sul concetto di eredità professionale. L’inizio dell’opera sposta lo sguardo dall’eroe solitario a coloro che devono crescere senza la sua presenza e la sua guida, portando la studiosa ad affermare che «Ogni riflessione sulla leadership è anche una riflessione sulla trasmissione.»
L’intelligenza flessibile: un’alternativa ai rigidi schemi di leadership
La riflessione della docente si concentra successivamente sulla definizione dell’identità del protagonista, che non viene ridotta a una singola qualità morale o professionale immutabile. Fin dal primo verso dell’opera, l’eroe non viene introdotto attraverso il suo nome proprio, ma viene definito anzitutto come uomo, utilizzando il termine greco andros, qualificato da un aggettivo specifico che ha attraversato i secoli senza lasciarsi tradurre in modo definitivo: polytropos. Se il traduttore Victor Bérard ha optato storicamente per la celebre espressione “l’uomo dai mille espedienti”, Mezzadri-Guedj suggerisce un’accezione legata alla flessibilità strategica, definendolo come «un uomo dai molti percorsi, dalle molte svolte, capace di adattarsi al reale senza pretendere di dominarlo del tutto.»
Il valore della mètis e l’apprendimento strategico dagli errori
Questa specifica forma di intelligenza flessibile, nota nella cultura greca classica come mètis, costituisce la ragione principale per cui l’eroe gode della protezione della dea Atena. Si tratta di una competenza basata sull’osservazione metodica del contesto, sull’attesa strategica del momento opportuno e sulla capacità di modificare la propria pianificazione in corso d’opera sulla base dei riscontri empirici. Un dirigente dotato di questa attitudine dimostra la capacità di imparare dai propri passi falsi e dai fallimenti operativi.
La docente cita l’esempio del conflitto subito presso i Ciconi: dopo aver registrato una netta sconfitta in quel territorio, il comandante comprende che l’utilizzo della sola forza fisica risulta insufficiente per garantire il successo della spedizione. Diventa allora indispensabile, per chi detiene la responsabilità del comando, saper leggere con la medesima accuratezza sia la psicologia degli uomini a propria disposizione, sia l’evoluzione delle circostanze esterne in cui si trova a operare. Sebbene questo ritratto coincida con l’identikit del manager flessibile ricercato dal mercato moderno, la lettura integrale del poema rivela profonde crepe strutturali non appena l’azione prosegue e si analizzano gli episodi successivi.
I limiti della curiosità individuale nella leadership di gruppo
Le zone d’ombra di questo modello emergono in modo evidente durante la sosta dell’equipaggio presso l’isola dei Ciclopi. Sull’isola del Ciclope, i compagni di Ulisse chiedono di ripartire. Hanno già trovato i viveri necessari e nulla li obbliga a restare. Non vi era alcuna necessità logistica o strategica che imponesse di trattenersi in quel territorio sconosciuto. Il comandante impone però di restare sul posto per un desiderio personale. Ulisse vuole vedere, sapere e conoscere il gigante Polifemo. La curiosità individuale prevale così sulla prudenza.
Questa scelta produce una conseguenza tragica per i collaboratori. Il Ciclope divora diversi uomini. Il poema non cerca attenuanti per la condotta del protagonista. Mezzadri-Guedj nota che l’opera mostra esplicitamente una verità scomoda: «Talvolta il leader espone il gruppo ai propri desideri.» Il tornaconto personale del capo si rivela distruttivo per la squadra.
La gestione dell’ego e la ricerca di una leadership autorevole
Lo stesso episodio della sosta sull’isola dei Ciclopi offre una riflessione sul funzionamento del potere, della visibilità e della gestione dell’identità. Per sconfiggere il gigante Polifemo e garantire la sopravvivenza dei membri superstiti dell’equipaggio, l’eroe accetta di spogliarsi temporaneamente della propria identità pubblica, presentandosi sotto il falso nome di “Nessuno“. Il successo della sua tattica risiede interamente nella capacità di scomparire, di rendersi invisibile e di non far pesare il proprio nome individuale all’interno della dinamica del conflitto.
La docente mette a confronto questa scelta con le aspettative della società contemporanea, dove si immagina la figura di comando come colui che deve occupare la scena, affermare il proprio stile personale e costruire una reputazione visibile. Al contrario, l’interpretazione del testo suggerisce che la massima espressione dell’intelligenza strategica coincida con la capacità di rinunciare, almeno per un momento, al proprio orgoglio personale per il conseguimento del bene collettivo.
Le conseguenze della ricerca del riconoscimento personale
Questo insegnamento si rivela temporaneo e fragile all’interno dello sviluppo della narrazione. Non appena la nave riesce a staccarsi dalla riva e ad allontanarsi dalla costa dell’isola, l’eroe cede alla necessità impellente di riaffermare pubblicamente la propria paternità sull’impresa compiuta. Sente il bisogno di gridare il proprio vero nome, annullando l’anonimato strategico che lo aveva precedentemente salvato e dichiarando apertamente di essere Ulisse.
Questo atto di vanità offre a Polifemo lo strumento necessario per identificare il suo assalitore e invocare la vendetta del padre Poseidone, scatenando una catena di sventure che colpirà l’intera spedizione. L’episodio mette in luce una contraddizione profonda insita nell’azione di comando, che la docente sintetizza spiegando che «Lo stesso uomo trionfa cancellandosi e si perde volendo essere riconosciuto.» La coesistenza di queste due spinte opposte solleva un interrogativo costante su quale sia il reale profilo di chi si trova a guidare una struttura complessa.
La metrica del successo e i reali costi della leadership aziendale
La dinamica del rapporto quotidiano tra l’autorità di chi detiene il comando e il consenso dei collaboratori viene descritta come un legame intrinsecamente fragile. L’opera omerica non propone una soluzione netta tra l’esercizio del carisma individuale e la ricerca della partecipazione e del consenso, ma preferisce mettere in evidenza i continui limiti della comunicazione interna. Il comandante non dimostra una costante capacità di ascolto nei confronti dei suoi uomini, e questi ultimi non sempre dimostrano la disposizione a seguire le direttive ricevute dal capo.
Il prezzo dei risultati nella gestione delle persone
L’interrogativo più radicale sollevato dall’Odissea si concretizza al termine del lungo viaggio di ritorno. Da un punto di vista puramente orientato al raggiungimento del target prefissato, il protagonista ha completato la sua missione principale: è riuscito a fare ritorno a Itaca. Tuttavia, il bilancio finale registra una perdita totale, poiché l’eroe rientra in patria in completa solitudine, dopo aver visto morire tutti i compagni di viaggio affidati alla sua responsabilità.
Questa circostanza impone una revisione profonda delle modalità con cui si misura l’efficacia di una direzione. Se la valutazione delle performance si limita a prendere in considerazione esclusivamente i risultati finali ottenuti, si rischia di ignorare gli effetti collaterali e i danni generati sulla comunità o sull’organizzazione aziendale. L’insegnamento fondamentale del testo classico risiede nella necessità di focalizzare l’attenzione non solo sull’obiettivo raggiunto, ma anche sui costi complessivi dell’azione di comando. Mezzadri-Guedj evidenzia questo parallelismo spiegando che «Un’organizzazione può raggiungere i propri obiettivi e, nello stesso tempo, perdere ciò che avrebbe dovuto custodire: le persone.»
L’opera omerica mantiene intatta la sua rilevanza perché rifiuta di formalizzare una teoria astratta della direzione, preferendo introdurre elementi di crisi in ogni fase del processo decisionale, ricordando che «A ogni prova di intelligenza corrisponde un errore, a ogni successo una responsabilità, a ogni vittoria una perdita.» Il valore del testo risiede nella descrizione di un protagonista caratterizzato da una profonda imperfezione umana, elemento che lo rende ancora un interlocutore contemporaneo per chi si trova a gestire le complessità del comando.




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