Digital skills

Operai 4.0 e Digital Blue Collar: le evoluzioni del lavoratore manuale nell’era digitale

La trasformazione digitale sta creando due tipi ben distinti di operatori: i primi sono gli addetti di fabbrica che padroneggiano le tecnologie Industria 4.0, i secondi sono nati con le piattaforme digitali, dall’autista di Uber al corriere di Deliveroo. Ecco le loro competenze più importanti secondo il modello Digital DNA

Pubblicato il 29 Ott 2017

Marco Planzi

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Usare il modello Digital DNA per definire le competenze digitali degli impiegati – i colletti bianchi – è piuttosto semplice, almeno a livello teorico. Non è così semplice, invece, capire quali siano le competenze emergenti per gli operai: i colletti blu. Però è un tema di grande interesse, perché una larga parte dell’economia dei paesi sviluppati, il 24% nell’Unione Europea e il 20% negli Stati Uniti, dipende da settori industriali. Settori che, almeno in Europa, sono costituiti per larga parte da piccole e medie imprese.

Fin dalla stessa espressione “colletto blu” emerge la grandezza della sfida. Nata nel 1940, si riferisce al colore delle tute indossate dagli operai, scelto perché nasconde meglio le macchie dovute al lavoro in fabbrica. Nel tempo, l’espressione colletto blu è diventata simbolo del lavoro manuale degli operai, contrapposto al lavoro intellettuale d’ufficio dei “colletti bianchi”, che possono permettersi di vestire camicie bianche senza rischiare di sporcarsi.

Marco Planzi, associate partner P4I – Partners4Innovation

Parlare oggi genericamente di colletti blu, però, può essere fuorviante, perché la trasformazione digitale sta facendo evolvere il loro lavoro lungo due direttrici ben distinte.

Operai 4.0 e manutentori 4.0

Da una parte esiste una classe di operai che, in continuità con il passato, fa ancora in gran parte attività manuale, anche se la tecnologia digitale in questo settore – definibile come Industria 4.0 – ha cambiato profondamente il loro lavoro. Sono diventati nei fatti veri e propri operai 4.0. Nel mondo sviluppato, la maggioranza degli operai è oggi coinvolta in produzioni ad alto contenuto tecnologico, sia di prodotto che di processo, o nella produzione di oggetti che richiedono frequenti modifiche e aggiornamenti. Si tratta di beni deperibili, complessi o ingombranti, la cui produzione difficilmente può essere esternalizzata verso paesi a basso costo: alimenti e prodotti congelati, mobili su misura, apparecchiature elettroniche e medicali ad alto contenuto tecnologico, produzioni di nicchia e di alta qualità di beni intermedi, produzione e distribuzione di energia elettrica, acqua e gas.

Gli operai moderni sono molto più coinvolti in processi di produzione flessibili i cui output si adattano a una grandissima varietà di esigenze dei consumatori e del mercato. Una city-car economica come la nuova Fiat 500 prevede fino a 550 mila varianti tra colori, abbinamenti ed equipaggiamenti, mentre l’acciaieria americana Gary Industries oggi produce più di 700 tipi di acciai speciali, più della metà dei quali non esisteva 10 anni fa. Gli impianti e le tecniche di produzione diventano più complessi grazie alle tecnologie industria 4.0 e i lavori più semplici, quelli da catena di montaggio fordiana, diventano “delegabili” a macchinari e robot il cui funzionamento viene monitorato da un basso numero di operai-supervisori attraverso le informazioni raccolte da sensori connessi.

Analoghe considerazioni valgono anche per la forza lavoro sul campo. I manutentori moderni si occupano di tenere in funzionamento asset intelligenti, parte di vere e proprie smart city o smart factory. Una parte sempre più significativa del loro lavoro sta nella capacità di usare nuove tecnologie per comunicare con i colleghi e gestire asset complessi distribuiti sul territorio. Tecnologie come la realtà aumentata, che richiede alta dimestichezza per essere padroneggiata anche in situazioni di lavoro potenzialmente pericolose, ma guida le attività passo dopo passo minimizzando la possibilità di errore, e anche riducendo l’importanza di competenze tecniche di manutenzione di dettaglio, grazie al supporto visivo e di contenuti interattivi contestualizzati come istruzioni e checklist.

I colletti blu digitali

Laura Cavallaro, ssociate partner P4I – Partners4Innovation

Esiste poi una nuova classe di operai – veri e propri digital blue collar – che non hanno legame con la fabbrica tradizionale e la cui nascita si deve a internet e a piattaforme digitali che abilitano nuove forme di lavoro. Piattaforme come Mechanical Turk di Amazon o Upwork, su cui le persone possono rispondere ad annunci di lavoro fatti da remoto. Nel caso di Mechanical Turk, si tratta di lavori altamente ripetitivi con compensi misurati in termini di centesimi di dollaro. Su Upwork, i lavori offerti possono richiedere competenze da white collar, ma in un contesto di competizione globale. Può quindi accadere che uno sviluppatore web indiano competa con un rumeno o un cinese, in una vera guerra di prezzi.

Parallelamente a ciò, piattaforme come Airbnb, Uber, TaskRabbit, Postmates, Globo, Deliveroo creano nuovi lavori fortemente legati al territorio come l’host (il padrone di casa), l’autista, il personal shopper, il tuttofare, il postino o il corriere in bicicletta. Lavori tipicamente da blue collar ma interamente abilitati dal digitale, e privi delle caratteristiche di sicurezza e tutela dei diritti del lavoratore che nelle società industrializzate sono maturate in decenni di storia sindacale.

Per le imprese dell’industria diventa importante quindi mappare il Digital DNA dei propri operai, per ottenere una mappa dell’attitudine individuale rispetto alle competenze digitali di rilievo per l’impresa, capire quali competenze è possibile sviluppare internamente e quali invece vanno inserite dall’esterno. A seconda dei piani di investimento, della maturità dell’impresa rispetto alla trasformazione digitale, e del settore, il Digital DNA può enfatizzare alcune aree di competenza penalizzandone altre. Alcune delle competenze mappabili nel modello però sono probabilmente importanti per qualsiasi industria.

I “geni digitali” indispensabili per l’operaio 4.0

Riprendendo il Digital DNA, ecco i “geni digitali” indispensabili per l’operaio di fabbrica e di manutenzione 4.0.

·       Digital Soft Skills

o   Knowledge networking: in un contesto in cui gli asset hanno un contenuto tecnologico sempre più alto e i prodotti sono sempre più personalizzati, diventa chiave la condivisione delle conoscenze sul funzionamento dei macchinari e dei prodotti, ma anche sul processo produttivo e di manutenzione. Condivisione che deve essere supportata da adeguati strumenti digitali che permettono di gestirla e trasferirla in modo efficace (trasmettendo tutto il contenuto che serve ai colleghi) ed efficiente (riducendo i tempi di apprendimento).

o   Virtual communication: in un mondo globale e connesso in cui la manifattura dei componenti di un prodotto finito può avvenire in paesi geograficamente e culturalmente distanti, all’operaio può essere richiesto di interfacciarsi e condividere informazioni e conoscenza anche con operai distanti, che lavorano su fusi orari e con metodi differenti, e con operai distribuiti sul territorio, attraverso strumenti digitali (chat, telefonia, videochiamate ecc.).

o   Self Empowerment: le tecnologie digitali sono di per sé stesse soggette a obsolescenza ed è particolarmente importante per un operaio 4.0 saper reperire e imparare in modo autonomo le informazioni necessarie per portare avanti le proprie attività, oltre che far leva sulle risorse digitali in modo consapevole per risolvere problemi complessi.

·       Job Related Skills

o   Tools and Channels: il riferimento è a un’alfabetizzazione digitale di base, che permette all’operaio di utilizzare gli strumenti digitali in sua dotazione senza averne paura, conoscendone punti di forza e limiti per sfruttarne appieno il supporto nelle attività operative.

o   Data Driven Decision Making: gli impianti di produzione e più in generale gli asset dell’impresa sono sempre più connessi e i dati che producono vengono elaborati da sistemi informatici di supporto alle decisioni che servono anche per orientare il lavoro di operai e manutentori. Diventa cruciale la capacità degli operai di agire alla luce delle informazioni che ottengono in tempo reale sul funzionamento degli asset.

·       Innovation Skills

o   Creative Agility: gli operai sono i primi profondi conoscitori del proprio lavoro e i più indicati per immaginare interventi di miglioramento incrementale dei processi aziendali. Nell’era digitale questa diventa una competenza distintiva, con l’obiettivo di raffinare l’idea insieme ai propri responsabili attraverso la sperimentazione pratica e l’apprendimento sul campo.

o   Creative Resolution: in un contesto di trasformazione digitale della fabbrica e delle attività di manutenzione, l’operaio può trovarsi a dover gestire con l’aiuto della tecnologia situazioni ambigue, impreviste, rischiose, non codificate. La sua capacità di prendere decisioni operative corrette e di portare a termine il lavoro in sicurezza sfruttando al massimo la propria dotazione tecnologica è una caratteristica preziosa.

I geni digitali indispensabili per il Digital Blue Collar

Analogamente, passando ai “digital blue collar”, ecco alcune competenze digitali che, più di altre, risultano importanti.

·       Digital Soft Skills

o   Virtual communication: sviluppatori on-demand, host di Airbnb, fattorini, autisti devono oggi padroneggiare tutti gli strumenti di comunicazione virtuale per essere in grado di cooperare tra loro, comunicare con il datore di lavoro e in molti casi anche di comunicare direttamente con il cliente finale e utente dei loro servizi, in un complesso mix di attività operative e di front-office che richiede di essere empatici verso gli altri anche attraverso lo schermo di uno smartphone.

·       Job Related Skills

o   Tools and Channels: la conoscenza degli strumenti digitali specifici che consentono di ottenere una commessa attraverso le piattaforme online, di erogare il servizio e misurarne la qualità è fondamentale per riuscire a lavorare con continuità e per cogliere le migliori (meglio pagate e tutelate) opportunità di lavoro dell’universo online.

o   Customer Centricity: i digital blue collar sono costretti a un difficile strabismo: da un lato devono portare avanti attività fortemente operative, dall’altro sono spesso l’unico contatto diretto tra chi vende un prodotto o un servizio e chi lo acquista, in un mondo, quello delle piattaforme online, dove la soddisfazione è la chiave per mantenere un rapporto duraturo con i clienti. Diventa quindi chiave la capacità di immedesimarsi nel cliente, tenendo a mente gli elementi del prodotto/servizio importanti per orientare le proprie attività operative verso la massima soddisfazione del cliente.

o   Agile Working: diventa sempre più importante la capacità di portare a termine il lavoro a prescindere dal momento e dal luogo in cui ci si trova, spesso senza il contatto diretto con un responsabile, con un approccio risolutivo e nel rispetto dei processi predefiniti.

Da quest’analisi emerge un quadro divergente per le competenze degli operai. Da un lato, il colore del colletto dell’operaio 4.0 è metaforicamente meno blu poiché diventano importanti competenze digitali “soft” di gestione, collaborazione e miglioramento continuo. L’evoluzione progressiva del Digital DNA degli operai 4.0 è una sfida decisiva per l’industria avanzata nelle economie dei paesi sviluppati, sia per ragioni di equilibrio sociale sia per interesse geopolitico.

Dall’altro lato, la “divisa” dei digital blue collar è sempre più blu, con un Digital DNA molto focalizzato sul completamento delle proprie attività secondo le procedure e sulla soddisfazione del cliente. Anche affrontare le implicazioni sociali della nascita di questo tipo di lavori è una sfida complessa. È una componente dell’economia preziosa proprio perché è in forte sviluppo, nonostante permangano dubbi sulla loro sostenibilità e sulla scarsa sicurezza sociale che offrono. Va riconosciuto che molte delle piattaforme digitali offrono davvero un buon servizio e hanno modelli di business ingegnosi, con risparmi indubbi – economici e di tempi – per i clienti. Sui media si parla addirittura di “capitalismo delle piattaforme”, una vera trasformazione nel modo in cui beni e servizi vengono prodotti. Tuttavia, rimane poco chiaro come molte di queste piattaforme possano sopravvivere e generare valore anche al di fuori delle grandi città e delle megalopoli.

* Marco Planzi e Laura Cavallaro sono Associate Partner di P4I-Partners4Innovation

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